Frequentando alcuni gruppi di designer su Facebook, vi accorgereste che le due domande che vengono poste più spesso sono: che font è questo? e quanto posso farmi pagare questo lavoro? È evidente che – in un mercato altalenante e spesso soffocato da presunti designer smanettoni che svendono il proprio lavoro come fossimo al mercato di paese – il problema è sentito, soprattutto tra i designer più giovani che devono capire quanto è giusto guadagnare su un progetto.

Per alcune considerazioni generali in merito al giusto prezzo vi rimando a questo mio vecchio post (datato addirittura 2008). È un elenco di fattori e variabili da tenere in considerazione quando si calcola un preventivo: i competitors, il mercato, la tipologia di cliente, l’investimento che si può fare sullo specifico lavoro. Soprattutto, come dico nel post, non dimentichiamo che guadagnare è etico – meglio: guadagnareil giusto è etico.  Ecco perché oggi voglio fare un passo in più e cercare di proporre tre possibili soluzioni più pratiche: non tanto nell’ottica di ottenere una cifra esatta (sarebbe impossibile!), ma almeno per iniziare a ragionare con la propria testa sul valore del nostro lavoro.

 

1. Usiamo la matematica

Di formule matematiche per calcolare il proprio costo orario ne esistono a dozzine. Francamente sono sempre stato piuttosto scettico, finché non ho letto questo bell’articolo di Andy Adams. Nel suo post racconta una situazione in cui ci siamo trovati tutti almeno una volta nella propria carriera, al momento di proporre un preventivo: peschiamo un numero a caso tra 30,00 e 80,00 euro all’ora, inviamo il preventivo e incrociamo le dita.

Ma siamo sicuri che questo sia il metodo migliore? Non avremo chiesto troppo poco? Valiamo davvero una cifra oraria tra 30 e 80 euro? O valiamo di più? Per risolvere la questione, Adams propone una formula matematica interessante che può aiutare a calcolare il nostro valore orario minimo (chiamiamolo x). Questa è la formula:

 

x = (salario potenziale * 1,50 – Freedom Tax) ÷ 1.000

 

Il salario potenziale è la cifra di riferimento per una nostra pari posizione nel settore in cui operiamo. Come trovarla? Basta un po’ di ricerca tra i vari siti che offrono lavoro (tipo CrebsLavori CreativiGlassdoor): individuiamo le offerte per posizioni che rispecchino le nostre capacità, nel cui annuncio sia riportato lo stipendio proposto; facciamo una media tra le cifre, ed ecco il nostro salario potenziale.

Perché moltiplicare per 1,50? Perché un freelance deve necessariamente calcolare un coefficiente legato alla tassazione nel suo paese. Stime recenti danno la tassazione in Italia intorno al 50% (tra il 44% e il 52%, ad essere precisi): il coefficiente diventa quindi 1,50. Qui rientrano tutti i contributi fiscali che versiamo allo stato per ogni singola ora di lavoro.

Quel 1.000 che vedete, invece, sono le ore lavorative annuali. Sono poche? Vero, ma Adams calcola solo le ore effettivamente lavorate, togliendo quindi quelle dedicate a formazione, gestione clienti, promozione, contabilità e così via. Il risultato medio sono 20 ore alla settimana moltiplicate per 50 settimane l’anno (anziché le 52: contiamo qualche giorno di vacanza…).

La Freedom Tax è un concetto interessante: quanto siamo disposti a pagare per le libertà concesse dalla vita da freelance? Che valore ha per noi il poter andare a prendere i bimbi a scuola, il non avere un capo sopra la testa, l’essere in grado di gestire liberamente il lavoro? È un calcolo soggettivo, ma è un bell’esercizio da fare. Più valore ha per voi la libertà, più questa cifra sarà alta. Può essere utile, per calcolarla, provare a chiedersi: rispetto a quanto guadagno su media mensile oggi come freelance, che surplus vorrei oltre allo stipendio da dipendente, per chiudere la Partita IVA e iniziare a timbrare un cartellino in ufficio?

 

Facciamo un esempio: il salario potenziale per la mia posizione è, diciamo, 50.000 euro. La mia Freedom Tax potrebbe aggirarsi intorno ai 25.000 euro – tradotto: la mia libertà da freelance vale un surplus di circa 2.500 euro al mese, se mai dovessi decidere di passare dall’altra parte e diventare dipendente. Un bel po’, ma non sono disposto a rinunciare facilmente a quanto ho costruito in questi anni.

 

x = (50.000 * 1,50 – 25.000) ÷ 1.000 = 50

 

In sostanza: per mantenere il mio status di freelance, sopportare il regime fiscale in Italia ed essere pagato secondo il mercato, non dovrei mai scendere sotto un costo orario di 50,00+IVA/ora. Un conto almeno in parte approssimativo, siamo d’accordo: ma può essere un’utile indicazione. E, soprattutto, ci aiuta a capire a quale cifra vogliamo puntare e quanto vale la nostra libertà.

 

 

 

2. Usiamo l’intuito

Dan Mall in un suo recente pezzo, propone una strategia più empirica per calcolare il proprio costo, che potremmo chiamare: Imita/Analizza/Sperimenta. Considerate che Mall si rivolge soprattutto ad un pubblico di neofiti del settore: è evidente quindi che questa strategia si applica meglio ai giovani freelance e a chi sta iniziando il cammino in questa professione.

Per il primo lavoro che ci viene chiesto, imitiamo quello che fanno gli altri. Un designer con un po’ di esperienza sulla schiena può tranquillamente chiedere tra 50,00 e 100,00 euro all’ora. Se siamo giovani freelance alle prime esperienze, una cifra intorno ai 25,00-30,00 euro l’ora potrebbe essere giusta – diciamo 25 euro l’ora. Facciamo il lavoro nel weekend, calcoliamo quanto tempo ci è voluto (per esempio: 20 ore di lavoro). Abbiamo appena guadagnato 500,00 euro. Buon per noi.

Ora cerchiamo di analizzare quanto è successo. Abbiamo appena investito un weekend della vostra vita per 500,00 euro. Avremmo potuto guardare un film, uscire con gli amici, passare del tempo con il nostro partner, fare un viaggio. Ne è valsa la pena? Queste 20 ore trascorse al computer valevano davvero 500,00 euro? Se il nostro istinto ci dice di sì, probabilmente 25,00 euro l’ora è la nostra cifra ideale, per adesso. Se qualcosa non quadra, potrebbe essere il caso di alzarla per il prossimo lavoro.

Da qui in poi, possiamo sperimentare, cliente dopo cliente. Per esempio, raddoppiando la cifra oraria per il cliente successivo; oppure, cercando di stabilire un costo fisso a progetto anziché un costo orario; ancora, proporre lavori a pacchetto con costi diversi per servizi aggiuntivi come esclusività, consegna urgente, eccetera.

 

Il bello di questo sistema, pur essendo estremamente aleatorio, è che ci aiuta ad allenare l’istinto. Un istinto che è fondamentale per capire un cliente, le difficoltà potenziali di un lavoro, i rischi, il tempo necessario. Andare a sensazione può non sembrare il migliore dei modi; ma è anche vero che un freelance con un po’ di esperienza sulle spalle sa immediatamente cogliere quelle sfumature di un briefing, che possono aiutarlo a calcolare un costo corretto per il progetto.

 

 

3. Usiamo il baratto

È sempre Dan Mall a proporre una curiosa strategia per calcolare il valore di un progetto. Immaginiamo che ci venga chiesto di realizzare un catalogo, con tutte le specifiche del caso. Immaginiamo ora che il cliente, anziché proporci un pagamento in denaro, ci proponga in cambio un oggetto nuovo.

Per esempio: scambieremmo il nostro lavoro sul catalogo con un iPad? Probabilmente no. Significa che il progetto ci sembra valere più di 500,00 euro. E per una Playstation 4? Una cena ad un ristorante stellato a nostra scelta? Una Canon EOS 5D Mark III? Un nuovo iMac 27″ Retina Display? Un biglietto aereo andata e ritorno per una località di mare? Supponiamo che, ad intuito, accetteremmo in cambio la Canon EOS 5D Mark III, che ha un valore di circa 2.500 euro. Ecco: questo catalogo per noi può valere 2.500 euro.

È quello che Dan Mall chiama Object Value Pricing. Naturalmente, non può essere questa l’unica strategia per calcolare il valore del nostro lavoro. Può essere però d’aiuto: nella nostra mente, può aiutarci ad individuare un range entro il quale muoverci. E può servire anche ad allenare lo stesso istinto di cui parlavamo poco fa.

 

Fonte: www.onicedesign.it